Non avrei mai immaginato che, senza che nessuno me ne chiedesse il permesso, un giorno sarei finito su un magnete per frigoriferi, vestito con un colbacco da boscaiolo siberiano. E non avrei mai creduto di non saper resistere a un’attrazione così ridicola: una piccola calamita kitsch acquistata a peso d’oro al bar di un rifugio a 2600 m s.l.m., insieme a una cartolina vintage. Ci rimasi un po’ deluso quando la barista finse di non riconoscermi e, invece di farmi lo sconto, incassò le mie banconote come si spenna un vero turista.
Tra tutte le cose che ho fatto, so bene quale citare se voglio catturare l’attenzione al primo approccio. E so anche quale sia saggio tacere per non oscurare ogni altro argomento. Un giorno un giornalista mi intervistò con grande solerzia su tutta la mia attività creativa e artistica. Il titolo in cima all’articolo sulla mia vita fu: “POCHI MUSICISTI ERANO SERENI CON LE MANI GHIACCIATE SUONANDO A -13 °C”.
E dire che di questa storia sono un semplice figurante. Come sono finito lassù? È presto detto. Ero sceso a Palermo per seguire le riprese di N-Ice Cello – Storia del violoncello di ghiaccio, il bellissimo documentario di Corrado Bungaro con Giovanni Sollima, e per assistere alla prima del concerto del grande violoncellista e compositore siciliano. Al ritorno, ebbi il privilegio di viaggiare da Napoli a Trento in furgone con il demiurgo, l’uomo dei ghiacci: Tim Linhart, forse lo spirito più libero che abbia mai incontrato.
Figlio di un predicatore, a vent’anni creava sculture michelangiolesche per i resort del Colorado, dormendo in una tenda nei boschi a -25 °C. “Basta mettere la tenda abbastanza lontano”, diceva, “e camminando ti scaldi”. Un giorno costruì per gioco un contrabbasso di ghiaccio per un amico e fu allora che scoprì la sua vocazione: avrebbe dedicato il suo talento a creare strumenti, orchestre e auditorium di ghiaccio. E lo fece. Riuscì a realizzare persino un organo e a trasformare la sua fragile arte in una professione solida.
Era il novembre del 2018 quando, con il mio amico e collega liutaio Gianmaria Stelzer, ci ritrovammo a fare da assistenti a Tim per costruire un violoncello e un violino di ghiaccio. Si lavorava dal mattino a mezzanotte in una tenda sul ghiacciaio della Presena, ironicamente collegata a un’unità freezer per far scendere la temperatura a -10 °C (fuori era ancora autunno). Poi, sfrecciando con un gatto delle nevi tra il bianco e il buio trapunto di stelle, si tornava a dormire a quasi 3000 metri.
Due mesi dopo ero a pieno regime come liutaio, violoncellista, traduttore, presentatore, arrangiatore, compositore e responsabile della Ice Music Orchestra, che altro non era se non la mia cara Piccola Orchestra Lumière in versione surgelata. Partimmo in molti, poi ci fu una selezione naturale e sopravvisse un ensemble di montanari bresciani, bergamaschi, trentini e veneti: tipi che sarebbero stati scelti come comparse per un film sugli alpini. Non è facile suonare in un igloo tra i -6 e i -13 °C uno strumento le cui note si spostano di continuo per gli sbalzi termici e che potrebbe andare in frantumi da un momento all’altro per una minima distrazione. Temetti addirittura che in quel frangente i rapporti tra i musicisti potessero raffreddarsi ma, tra di noi, così non fu.
Quell’avventura finì nel marzo 2020, con l’ultimo concerto permesso in Italia prima del lockdown. Tim aveva trasmesso la sua arte ai maestri di sci del luogo, che la portano avanti ancora oggi, costruendo al suo posto e suonando con la loro band …al nostro. Lui tornò a vivere al circolo polare artico. Di recente si è fabbricato una barca a vela in legno con cui esplora i fiordi insieme alla moglie Brigitta, anche lei artista provetta, e al figlio Frost. Ma potreste incontrarlo anche tra le nubi del Portogallo, mentre vola in parapendio sull’oceano lanciandosi dalle scogliere come un novello Leonardo del New Mexico, oppure in qualche museo europeo in tour con Bungaro e Sollima.
Da lui ho imparato un esempio insuperabile di determinazione, focus e libertà. Di questa esperienza rimane un’ebbrezza di notorietà effimera, con interviste che spuntano qua e là sulle televisioni americane, spagnole, giapponesi, malesi… persino Al Jazeera!
Il souvenir di un’attrattiva magnetica.
Non avrei mai immaginato che, senza che nessuno me ne chiedesse il permesso, un giorno sarei finito su un magnete per frigoriferi, vestito con un colbacco da boscaiolo siberiano. E non avrei mai creduto di non saper resistere a un’attrazione così ridicola: una piccola calamita kitsch acquistata a peso d’oro al bar di un rifugio a 2600 m s.l.m., insieme a una cartolina vintage. Ci rimasi un po’ deluso quando la barista finse di non riconoscermi e, invece di farmi lo sconto, incassò le mie banconote come si spenna un vero turista.
Tra tutte le cose che ho fatto, so bene quale citare se voglio catturare l’attenzione al primo approccio. E so anche quale sia saggio tacere per non oscurare ogni altro argomento. Un giorno un giornalista mi intervistò con grande solerzia su tutta la mia attività creativa e artistica. Il titolo in cima all’articolo sulla mia vita fu: “POCHI MUSICISTI ERANO SERENI CON LE MANI GHIACCIATE SUONANDO A -13 °C”.
E dire che di questa storia sono un semplice figurante. Come sono finito lassù? È presto detto. Ero sceso a Palermo per seguire le riprese di N-Ice Cello – Storia del violoncello di ghiaccio, il bellissimo documentario di Corrado Bungaro con Giovanni Sollima, e per assistere alla prima del concerto del grande violoncellista e compositore siciliano. Al ritorno, ebbi il privilegio di viaggiare da Napoli a Trento in furgone con il demiurgo, l’uomo dei ghiacci: Tim Linhart, forse lo spirito più libero che abbia mai incontrato.
Figlio di un predicatore, a vent’anni creava sculture michelangiolesche per i resort del Colorado, dormendo in una tenda nei boschi a -25 °C. “Basta mettere la tenda abbastanza lontano”, diceva, “e camminando ti scaldi”. Un giorno costruì per gioco un contrabbasso di ghiaccio per un amico e fu allora che scoprì la sua vocazione: avrebbe dedicato il suo talento a creare strumenti, orchestre e auditorium di ghiaccio. E lo fece. Riuscì a realizzare persino un organo e a trasformare la sua fragile arte in una professione solida.
Era il novembre del 2018 quando, con il mio amico e collega liutaio Gianmaria Stelzer, ci ritrovammo a fare da assistenti a Tim per costruire un violoncello e un violino di ghiaccio. Si lavorava dal mattino a mezzanotte in una tenda sul ghiacciaio della Presena, ironicamente collegata a un’unità freezer per far scendere la temperatura a -10 °C (fuori era ancora autunno). Poi, sfrecciando con un gatto delle nevi tra il bianco e il buio trapunto di stelle, si tornava a dormire a quasi 3000 metri.
Due mesi dopo ero a pieno regime come liutaio, violoncellista, traduttore, presentatore, arrangiatore, compositore e responsabile della Ice Music Orchestra, che altro non era se non la mia cara Piccola Orchestra Lumière in versione surgelata. Partimmo in molti, poi ci fu una selezione naturale e sopravvisse un ensemble di montanari bresciani, bergamaschi, trentini e veneti: tipi che sarebbero stati scelti come comparse per un film sugli alpini. Non è facile suonare in un igloo tra i -6 e i -13 °C uno strumento le cui note si spostano di continuo per gli sbalzi termici e che potrebbe andare in frantumi da un momento all’altro per una minima distrazione. Temetti addirittura che in quel frangente i rapporti tra i musicisti potessero raffreddarsi ma, tra di noi, così non fu.
Quell’avventura finì nel marzo 2020, con l’ultimo concerto permesso in Italia prima del lockdown. Tim aveva trasmesso la sua arte ai maestri di sci del luogo, che la portano avanti ancora oggi, costruendo al suo posto e suonando con la loro band …al nostro. Lui tornò a vivere al circolo polare artico. Di recente si è fabbricato una barca a vela in legno con cui esplora i fiordi insieme alla moglie Brigitta, anche lei artista provetta, e al figlio Frost. Ma potreste incontrarlo anche tra le nubi del Portogallo, mentre vola in parapendio sull’oceano lanciandosi dalle scogliere come un novello Leonardo del New Mexico, oppure in qualche museo europeo in tour con Bungaro e Sollima.
Da lui ho imparato un esempio insuperabile di determinazione, focus e libertà. Di questa esperienza rimane un’ebbrezza di notorietà effimera, con interviste che spuntano qua e là sulle televisioni americane, spagnole, giapponesi, malesi… persino Al Jazeera!
Il souvenir di un’attrattiva magnetica.
Ice Music Orchestra alias La Piccola Orchestra Lumière