Cinema Lumière

Colonne sonore dal vivo per capolavori muti.

NOTE

«Se potessi dire all’attimo: sei così bello, fermati!» scriveva Goethe all’inizio del XIX secolo. Se fosse davvero accaduto a Faust un momento di estasi simile, il diavolo avrebbe potuto prendersi la sua anima.

Un secolo dopo, con l’invenzione dei fratelli Lumière, quel desiderio divenne realtà e, in qualche modo, il cinema rubò l’anima del mondo. Per me il tempo si ferma ogni volta che riguardo il vento che muove una ciocca di capelli della protagonista di One Week di Buster Keaton, Sybil Seely, nella scena in cui entra in una vasca da bagno e, con una mano, copre la cinepresa da sguardi indiscreti. Allora aveva diciotto o vent’anni; oggi ne avrebbe più di centoventi. Questa sensazione è, per me, l’essenza dell’eternità: fragile e precisissima.

I pionieri del cinema facevano le cose sul serio. La casa rotante veniva davvero investita da un treno, gli oggetti si spezzavano davvero, buona la prima, senza effetti speciali. Buster Keaton si ruppe davvero una gamba saltando da quella finestra; Charlie Chaplin fu davvero bandito dagli Stati Uniti per quel calcio assestato a un poliziotto dell’ufficio immigrazione in The Immigrant.

I mezzi erano primitivi, ma le inquadrature definitive, pensate come le prospettive di un quadro di Vermeer in una camera oscura. Il colore era affidato all’immaginazione dello spettatore; il suono, a un foglio bianco. Tutto era puro slancio: un passato ubriaco di futuro. E così l’ispirazione — che condivide l’etimologia con il vento e con lo spirito, con quell’anima che Mefistofele desidera — non poteva che essere alle stelle quando mi misi, quasi per caso, a musicare uno dopo l’altro sei capolavori del cinema muto, privi di colonna sonora originale.

Per anni, in più di cento concerti, con la Piccola Orchestra Lumière abbiamo “colorato” le pellicole in bianco e nero di Keaton e Chaplin con colonne sonore sincroniche ed effetti speciali affidati a un rumorista. Da questo mestiere nasce il nome dell’ensemble; dal primo film musicato, The Vagabond, quello della nostra associazione, Il Vagabondo.

Abbiamo suonato ovunque: in una casa di riposo e a una laurea honoris causa; alla Filarmonica di Trento e affacciati alle finestre di un minuscolo bar, al quale i nostri musicisti finirono le scorte di rum. Nella villa di un magnate russo della vodka, sorvegliata da guardie armate, e per bambini delle elementari trasformati in rumoristi a sorteggio; su un’isola della Dalmazia e sul palco della Filarmonica, per una televisione cinese e, durante la pandemia, in differita, dentro un video per i social.

Resta un desiderio: scrivere un quartetto o una sinfonia “in bianco e nero” che contenga i temi nati per Buster — nell’illusione di fermare, per un attimo, l’ispirazione effimera di quella musica nel turbine del mondo.

«Se potessi dire all’attimo: sei così bello, fermati!» scriveva Goethe all’inizio del XIX secolo. Se fosse davvero accaduto a Faust un momento di estasi simile, il diavolo avrebbe potuto prendersi la sua anima.

Un secolo dopo, con l’invenzione dei fratelli Lumière, quel desiderio divenne realtà e, in qualche modo, il cinema rubò l’anima del mondo. Per me il tempo si ferma ogni volta che riguardo il vento che muove una ciocca di capelli della protagonista di One Week di Buster Keaton, Sybil Seely, nella scena in cui entra in una vasca da bagno e, con una mano, copre la cinepresa da sguardi indiscreti. Allora aveva diciotto o vent’anni; oggi ne avrebbe più di centoventi. Questa sensazione è, per me, l’essenza dell’eternità: fragile e precisissima.

I pionieri del cinema facevano le cose sul serio. La casa rotante veniva davvero investita da un treno, gli oggetti si spezzavano davvero, buona la prima, senza effetti speciali. Buster Keaton si ruppe davvero una gamba saltando da quella finestra; Charlie Chaplin fu davvero bandito dagli Stati Uniti per quel calcio assestato a un poliziotto dell’ufficio immigrazione in The Immigrant.

I mezzi erano primitivi, ma le inquadrature definitive, pensate come le prospettive di un quadro di Vermeer in una camera oscura. Il colore era affidato all’immaginazione dello spettatore; il suono, a un foglio bianco. Tutto era puro slancio: un passato ubriaco di futuro. E così l’ispirazione — che condivide l’etimologia con il vento e con lo spirito, con quell’anima che Mefistofele desidera — non poteva che essere alle stelle quando mi misi, quasi per caso, a musicare uno dopo l’altro sei capolavori del cinema muto, privi di colonna sonora originale.

Per anni, in più di cento concerti, con la Piccola Orchestra Lumière abbiamo “colorato” le pellicole in bianco e nero di Keaton e Chaplin con colonne sonore sincroniche ed effetti speciali affidati a un rumorista. Da questo mestiere nasce il nome dell’ensemble; dal primo film musicato, The Vagabond, quello della nostra associazione, Il Vagabondo.

Abbiamo suonato ovunque: in una casa di riposo e a una laurea honoris causa; alla Filarmonica di Trento e affacciati alle finestre di un minuscolo bar, al quale i nostri musicisti finirono le scorte di rum. Nella villa di un magnate russo della vodka, sorvegliata da guardie armate, e per bambini delle elementari trasformati in rumoristi a sorteggio; su un’isola della Dalmazia e sul palco della Filarmonica, per una televisione cinese e, durante la pandemia, in differita, dentro un video per i social.

Resta un desiderio: scrivere un quartetto o una sinfonia “in bianco e nero” che contenga i temi nati per Buster — nell’illusione di fermare, per un attimo, l’ispirazione effimera di quella musica nel turbine del mondo.

tipo

Spettacolo, Colonna sonora

RUOLO

Compositore, violoncellista, presentatore.

ANNO

dal 2011

ENSEMBLE

La Piccola Orchestra Lumière è un ensemble caleidoscopio di musicisti
di estrazione classica, con contaminazioni pop, jazz e etniche con base a
Trento. Dal 2011 crea ed esegue spettacoli originali in cui la musica si
sposa a cinema muto, teatro, opera, poesia, danza, flash-mob, circo.

Sono molti gli amici indimenticabili e mai dimenticati che si sono avvicendati in questa orchestra rock-ambolesca. In barba ad ogni economia, l’organico cambia per ogni film. Un messaggio per i fan: di questi tempi, i musicisti più probabili da invitare a un drink in frac dopo un concerto di cinema Lumière potrebbero essere:

Direttore: Andrea Aste
Violino: Priyanka Ravanelli
Viola: Alexander Monteverde
Violoncello e composizione: Nicola Segatta
Contrabbasso: Nicola Ziliani
Mandolino e banjo: Camilla Finardi
Pianoforte e clavicembalo: Francesca Vettori, Riccardo Barba
Percussioni: Giulio Zanuso, Olmo Chittò
Flauto: Alessandra Nocera
Oboe e corno inglese: Francesco Lovecchio
Clarinetto: John Diamanti-Fox
Sax e clarinetto basso: Marco Milelli
Fagotto: Igor Delaiti, Michele Fattori
Flicorno e tromba: Alessandro Ferrari, Christian Stanchina
Tuba: Roberto Rocchetti, Giovanni Parrinello
Rumorista: Marco Oberosler, Alessandro Darsinos

P.S. La foto di copertina è un souvenir del nostro primissimo concerto, a cui parteciparono: Chiara Bonanni Pintus (pianoforte), Artem Aleksandrovich Petrovichev (violino e…chitarra elettrica!), Daniele Palma (batteria), Laura Zigaina (flauto), e Manuel Cester (fagotto) che saluto affettuosamente. Un brindisi ai vecchi tempi anche a Giovanni Trivella (pizzichi), Barbara e Giada Broz (violino e viola) e Francesco Maria Moncher (pianoforte) che ci hanno pregiati per anni del loro talento.