Uno dei luoghi del mio cuore è una valle piena di acacie e di cicale, con un fiume cristallino che serpeggia tra strapiombi di calcare abitati da capre selvatiche, collegando la Liguria alla Pianura Padana. La valle del Trebbia, amata da Hemingway, era il primo rifugio selvatico raggiungibile da Cremona quando studiavo liuteria: ci andavo per fare un tuffo tra trote e acque gelide. La notte dopo il mio diploma di violoncello, per festeggiare, piantai lì la mia tenda, come un trofeo.
Tredici anni dopo, quella terra aveva in serbo per me un’altra gradita sorpresa: una società dell’Appennino ancora ritmata da balli tradizionali, feste interminabili, racconti partigiani, vino leggero, persone che interrompono pranzi colossali per alzarsi in piedi e cantare a più voci a squarciagola. Un’altra valle: la Val Staffora, nascosta proprio dietro la mia.
È tutto merito del mio amico Marcello Fera — violinista, compositore, direttore d’orchestra e, per me, un grande umanista — un genovese verace che, per conservare il suo accento puro, vive da più di trent’anni in Sud Tirolo, dove si prende cura della sua musica, del suo festival e della sua orchestra.
Marcello mi ha invitato a suonare il violoncello in un quartetto per il quale ha ricamato un contrappunto d’archi originale su un repertorio non scritto, ancestrale e vivissimo, che fa ballare e incontrare generazioni attorno al paesino di Cegni: il repertorio delle Quattro Province (Alessandria, Genova, Pavia, Piacenza), l’antico Genovesato, l’entroterra di Genova.
I suoi portavoce sono Stefano Valla, erede ed epigono della tradizione dei suonatori di piffero (quello vero, una sorta di oboe popolare dalla notevole potenza sonora), e il suo inseparabile e storico accompagnatore, il fisarmonicista Daniele Scurati. Come spesso accade in Italia, sono delle stelle… soprattutto in Francia.
Grazie a loro ho imparato che cosa significa suonare un repertorio popolare “a chilometro zero”: andare alla fonte, alla sorgente. Stefano canta e suona le melodie e le danze apprese in casa durante l’infanzia. Il suo brano più celebre, “Bellanöva”, che dà il nome al gruppo, è una canzone che gli cantava la nonna, diventata uno standard di musica popolare e riarrangiata in ogni modo possibile. Ho imparato che molti brani celebri sono nati in stanze minuscole, dove tre persone si trovavano a cantare davanti a un bicchiere di vino, di nascosto, in un mondo rurale in cui ci si muoveva a piedi su sentieri sterrati.
Dopo la nostra prima prova, ascoltando per caso un brano di Mozart alla radio mentre osservavo le pendici boscose dei monti di Cegni, ho avuto la sensazione che il repertorio di “Bellanöva” fosse un fossile vivente della musica popolare del Settecento: quella che i compositori in parrucca come Amadeus nobilitavano, oppure — specularmente — una riappropriazione contadina delle composizioni raffinate che i nobili potevano permettersi grazie a chi si spaccava la schiena arando i dirupi al posto loro.
Uno dei luoghi del mio cuore è una valle piena di acacie e di cicale, con un fiume cristallino che serpeggia tra strapiombi di calcare abitati da capre selvatiche, collegando la Liguria alla Pianura Padana. La valle del Trebbia, amata da Hemingway, era il primo rifugio selvatico raggiungibile da Cremona quando studiavo liuteria: ci andavo per fare un tuffo tra trote e acque gelide. La notte dopo il mio diploma di violoncello, per festeggiare, piantai lì la mia tenda, come un trofeo.
Tredici anni dopo, quella terra aveva in serbo per me un’altra gradita sorpresa: una società dell’Appennino ancora ritmata da balli tradizionali, feste interminabili, racconti partigiani, vino leggero, persone che interrompono pranzi colossali per alzarsi in piedi e cantare a più voci a squarciagola. Un’altra valle: la Val Staffora, nascosta proprio dietro la mia.
È tutto merito del mio amico Marcello Fera — violinista, compositore, direttore d’orchestra e, per me, un grande umanista — un genovese verace che, per conservare il suo accento puro, vive da più di trent’anni in Sud Tirolo, dove si prende cura della sua musica, del suo festival e della sua orchestra.
Marcello mi ha invitato a suonare il violoncello in un quartetto per il quale ha ricamato un contrappunto d’archi originale su un repertorio non scritto, ancestrale e vivissimo, che fa ballare e incontrare generazioni attorno al paesino di Cegni: il repertorio delle Quattro Province (Alessandria, Genova, Pavia, Piacenza), l’antico Genovesato, l’entroterra di Genova.
I suoi portavoce sono Stefano Valla, erede ed epigono della tradizione dei suonatori di piffero (quello vero, una sorta di oboe popolare dalla notevole potenza sonora), e il suo inseparabile e storico accompagnatore, il fisarmonicista Daniele Scurati. Come spesso accade in Italia, sono delle stelle… soprattutto in Francia.
Grazie a loro ho imparato che cosa significa suonare un repertorio popolare “a chilometro zero”: andare alla fonte, alla sorgente. Stefano canta e suona le melodie e le danze apprese in casa durante l’infanzia. Il suo brano più celebre, “Bellanöva”, che dà il nome al gruppo, è una canzone che gli cantava la nonna, diventata uno standard di musica popolare e riarrangiata in ogni modo possibile. Ho imparato che molti brani celebri sono nati in stanze minuscole, dove tre persone si trovavano a cantare davanti a un bicchiere di vino, di nascosto, in un mondo rurale in cui ci si muoveva a piedi su sentieri sterrati.
Dopo la nostra prima prova, ascoltando per caso un brano di Mozart alla radio mentre osservavo le pendici boscose dei monti di Cegni, ho avuto la sensazione che il repertorio di “Bellanöva” fosse un fossile vivente della musica popolare del Settecento: quella che i compositori in parrucca come Amadeus nobilitavano, oppure — specularmente — una riappropriazione contadina delle composizioni raffinate che i nobili potevano permettersi grazie a chi si spaccava la schiena arando i dirupi al posto loro.
Felmay 2020
Marcello Fera – violino, voce, arrangiatore
Stefano Valla – piffero e voce
Daniele Scurati – fisarmonica e voce
Nicola Segatta – violoncello e voce