Laboratori teatrali con Marco Alotto

Improvvisare musiche di scena in tutte le lingue

NOTE

Non saprei se sia più corretto definire Marco Alotto un alchimista, capace di trasformare la pietra in oro, o un rabdomante, capace di intuire ciò che scorre  di nascosto nelle vene di chi incontra.

Immaginate un attore che, negli anni Settanta, lavora con i grandi del teatro d’avanguardia, come Leo De Berardinis, collabora con Sergio Rubini, entra nella compagnia dello Stabile di Torino, diventa assistente di Vittorio Gassman durante la celebre produzione televisiva RAI della Divina Commedia di Dante e, con Gassman, va in tournée come attore recitando Shakespeare. Impara a fermare l’attimo e a inseguire ciò che fa brillare gli occhi lavorando con gli attori di Anatolij Vassil’ev.

La vita si svolge e, un giorno, quasi per caso, aiutando suo figlio alle scuole medie in un laboratorio teatrale, scopre il suo vero potere magico: è capace, in pochissimo tempo — un paio di giorni, al massimo una settimana — di trasformare una compagine di adolescenti digiuni di palcoscenico in attori, e di mettere in piedi, con quasi nulla, spettacoli che sembrano preparati per un anno.

Un giorno ho incontrato Marco e la sua inseparabile Paola per uno spettacolo sul Treno della Memoria, un treno che accompagna ragazzi del liceo a conoscere i campi di sterminio nazisti. Da allora non abbiamo più smesso di collaborare.

A 2100 metri sul Passo del Moncenisio, improvvisando musica otto ore al giorno per attori italiani e francesi, all’aria aperta, tra marmotte e assenzio spontaneo, tra artemisia e vento sottile, magari dopo aver conquistato una cima a 3100 metri all’alba, prima ancora di iniziare. Poi, per quasi quindici anni, al rimpianto Festival Lingue in Scena, un festival di teatro multilingue in cui sessanta ragazzi di sei nazionalità diverse riuscivano a mettere in piedi, in quattro giorni, un capolavoro del teatro. Dal 2013 a Lille, prima al Lycée Pasteur e poi all’Institut Gaston Berger, oppure al liceo Machado di Alcalá de Henares, vicino a Madrid.

Lavorare con lui, per me, è una miniera d’oro. Nessuno conosce la passione dei ragazzi che hanno davvero l’età di Romeo e Giulietta come Marco. Mentre gli attori improvvisano movimenti, pronunciano versi eterni, e mentre magicamente il laboratorio si condensa in uno spettacolo, mi nascono melodie che non mi escono dalla mente per anni e che, un giorno — se ancora non mi abbandonano — magari sviluppo e riscrivo per orchestra.

Potreste ritrovarle, ad esempio, nel mio Concerto Bizantino, oppure sbirciando questo Amleto di Lingue in Scena: qualcuno potrebbe riconoscere altre mie melodie o ostinati, nati lì, improvvisando sul palcoscenico, molto prima di diventare musica “pura”.

Non saprei se sia più corretto definire Marco Alotto un alchimista, capace di trasformare la pietra in oro, o un rabdomante, capace di intuire ciò che scorre  di nascosto nelle vene di chi incontra.

Immaginate un attore che, negli anni Settanta, lavora con i grandi del teatro d’avanguardia, come Leo De Berardinis, collabora con Sergio Rubini, entra nella compagnia dello Stabile di Torino, diventa assistente di Vittorio Gassman durante la celebre produzione televisiva RAI della Divina Commedia di Dante e, con Gassman, va in tournée come attore recitando Shakespeare. Impara a fermare l’attimo e a inseguire ciò che fa brillare gli occhi lavorando con gli attori di Anatolij Vassil’ev.

La vita si svolge e, un giorno, quasi per caso, aiutando suo figlio alle scuole medie in un laboratorio teatrale, scopre il suo vero potere magico: è capace, in pochissimo tempo — un paio di giorni, al massimo una settimana — di trasformare una compagine di adolescenti digiuni di palcoscenico in attori, e di mettere in piedi, con quasi nulla, spettacoli che sembrano preparati per un anno.

Un giorno ho incontrato Marco e la sua inseparabile Paola per uno spettacolo sul Treno della Memoria, un treno che accompagna ragazzi del liceo a conoscere i campi di sterminio nazisti. Da allora non abbiamo più smesso di collaborare.

A 2100 metri sul Passo del Moncenisio, improvvisando musica otto ore al giorno per attori italiani e francesi, all’aria aperta, tra marmotte e assenzio spontaneo, tra artemisia e vento sottile, magari dopo aver conquistato una cima a 3100 metri all’alba, prima ancora di iniziare. Poi, per quasi quindici anni, al rimpianto Festival Lingue in Scena, un festival di teatro multilingue in cui sessanta ragazzi di sei nazionalità diverse riuscivano a mettere in piedi, in quattro giorni, un capolavoro del teatro. Dal 2013 a Lille, prima al Lycée Pasteur e poi all’Institut Gaston Berger, oppure al liceo Machado di Alcalá de Henares, vicino a Madrid.

Lavorare con lui, per me, è una miniera d’oro. Nessuno conosce la passione dei ragazzi che hanno davvero l’età di Romeo e Giulietta come Marco. Mentre gli attori improvvisano movimenti, pronunciano versi eterni, e mentre magicamente il laboratorio si condensa in uno spettacolo, mi nascono melodie che non mi escono dalla mente per anni e che, un giorno — se ancora non mi abbandonano — magari sviluppo e riscrivo per orchestra.

Potreste ritrovarle, ad esempio, nel mio Concerto Bizantino, oppure sbirciando questo Amleto di Lingue in Scena: qualcuno potrebbe riconoscere altre mie melodie o ostinati, nati lì, improvvisando sul palcoscenico, molto prima di diventare musica “pura”.

tipo

Collaborazione

RUOLO

Compositore, violoncellista e pianista improvvisatore

ANNO

Dal 2011